lunedì 5 gennaio 2009

Rivastigmina, cerotto per curare l'Alzheimer

I risultati clinici positivi di Rivastigmina cerotto (disponibile anche in Italia, nelle Unità di Valutazione Alzheimer) sono stati valutati nello studio internazionale IDEAL (Investigation of Transdermal Exelon in Alzheimer's disease), che ha coinvolto circa 1200 pazienti con malattia di Alzheimer da grado lieve a moderatamente grave. Le conclusioni a cui si è giunti hanno evidenziato che il cerotto permette di ottenere un significativo miglioramento nella memoria e nella capacità di svolgere le normali attività della vita quotidiana rispetto ai pazienti del gruppo placebo. Grazie alla semplicità di impiego ( frequenza di applicazione: una volta al giorno sulla cute della schiena, della parte superiore del braccio o del torace), il cerotto transdermico è risultato preferito dal 70% del personale medico e paramedico che lo utilizzava. A tal proposito il Professor Roberto Bernabei, Direttore del Dipartimento di Scienze Gerontologiche, Geriatriche e Fisiatriche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, afferma:"Con il cerotto è possibile fornire un aiuto concreto sia ai malati che ai familiari: una delle principali barriere per un efficace trattamento delle malattie croniche che colpiscono gli anziani, di cui la malattia di Alzheimer è il più tipico esempio, è infatti la scarsa precisione nell'assumere le terapie farmacologiche, dovuta alla complessità di dover gestire molte pillole e procedure nell'arco della giornata. Quindi dimenticanze, dubbi ed errori. Il cerotto semplifica tutto ciò".

Un vaccino per l'Alzheimer ottenuto dai pomodori

Presso il Korea Research Institute of Bioscience and Biotechnology (KRIBB) di Seoul, si sta studiando una particolare cura basata su pomodori geneticamente modificati da utilizzare come vaccino.I ricercatori coreani, coordinati da HyunSoon Kim, hanno modificato geneticamente una pianta di pomodoro inserendo nel suo Dna il gene della proteina che causa l'Alzheimer, la beta amiloide. Ingerendo pomodori così modificati, gli individui dovrebbero essere in grado di irrobustire il sistema immunitario e proteggerlo dal morbo di Alzheimer.La cura è stata poi testata su cavie di laboratorio alle quali sono state somministrate per tre settimane delle porzioni di pomodori OGM. Il sangue dei topi è stato in seguito analizzato per vedere i risultati. I ricercatori hanno quindi scoperto che il sistema immunitario delle cavie era stato stimolato sviluppando degli anticorpi in grado di neutralizzare la proteina responsabile dell’insorgenza del morbo di Alzheimer.
Tuttavia se i pomodori venivano cotti si dimostravano inefficaci.I farmaci attualmente utilizzati sono solamente in grado di rallentare il decorso della malattia. Se invece questa ricerca andasse a buon fine anche sull’uomo, il morbo di Alzheimer potrebbe essere bloccato sul nascere. Questo vaccino infatti può impedire l’insorgere della malattia, ma nel caso in cui essa sia già conclamata, il vaccino non è in grado di farla regredire.
La "pancetta"? Temuta solamente a livello estetico??
Uno studio statunitense ha dimostrato che chi ha un po’ di pancia di troppo superati i 40 anni ha possibilità di ammalarsi di Alzheimer e altre forme di demenza una volta raggiunti i 70.La ricerca è stata condotta da un gruppo di ricercatori della Kaiser Permanente Division of Research di Oakland, in California, e pubblicata sulla rivista Neurology. Ha preso in esame 6.583 abitanti del Nord della California per circa 36 anni, a partire da quando i pazienti avevano 40-45 anni. Il girovita dei partecipanti è stato misurato all'inizio dello studio. Dopo 36 anni si è visto che ben 1.049 persone, quasi il 16% del campione, avevano sviluppato il morbo di Alzheimer o altre forme di demenza all'età di 70 anni.
Analizzando i dati i ricercatori hanno scoperto che le persone che avevano una maggiore circonferenza di pancia avevano il triplo delle probabilità di sviluppare una qualche forma di demenza rispetto agli altri partecipanti con l’addome più piatto.
“Non è solo una questione di peso – spiega Rachel Whitmer, coordinatrice dello studio – il fattore di rischio è legato a ‘dove’ sono localizzati i chili in più. Se consideriamo due persone entrambe in soprappeso di 4,5 chilogrammi, chi li porta sul ventre corre più rischi di chi invece li accumula sui fianchi”.
Naturalmente la scoperta di questa correlazione tra l’accumulo di grasso sulla pancia e il temuto morbo di Alzheimer necessita di ulteriori studi al fine di comprendere come mai esista questo misterioso ed insolito legame.

Pillole di nicotina contro l'Alzheimer

Una sostanza contenuta nel tabacco, la nicotina, potrebbe dare dei vantaggi a chi soffre di certi tipi di demenza.Ricercatori dell'Istituto di psichiatria del King's College di Londra hanno rilevato che la nicotina aiuta a tenere la mente piu' attiva, migliorando la memoria, l'apprendimento e la concentrazione (capacità progressivamente danneggiate dal morbo).Per prendere dal tabacco solo ciò che può dare beneficio eliminando gli effetti negativi, i ricercatori vogliono mettere a punto una pillola alla nicotina.Una pillola di questo tipo certamente non costituirebbe la cura per l'Alzheimer, ma sarebbe in grado di rallentarne gli effetti per almeno sei mesi.La nicotina è stata testata sui topi e si è visto che li rende in grado di svolgere un compito con maggiore precisione, anche quando la cavia viene distratta.“La nicotina, come molti altri farmaci, ha molteplici effetti, alcuni dei quali sono nocivi, mentre altri possono portare dei benefici”, ha spiegato Ian Stolerman, coordinatore dello studio. “E’ possibile mettere a punto dei farmaci che forniscano alcuni degli effetti benefici della nicotina, ma che ne eliminino gli effetti tossici”, ha sottolineato il ricercatore.
(informazioni dal sito italiasalute.it)

domenica 4 gennaio 2009


La dieta del fast food potrebbe avere una relazione con il morbo di Alzheimer



La ricercatrice svedese, Susanne Akterin, ricercatrice nel centro per la ricerca sull’Alzheimer del Karolinska Institutet, ha condotto uno studio sulla possibile relazione esistente tra il cibo “spazzatura” (quello dei fast food e delle tavole calde) ed il terribile morbo di Alzheimer.

La Akterin ha sottoposto le cavie ad una dieta ricca di grassi, zuccheri e colesterolo (in pratica l’equivalente nutritivo dei pasti consumati nei fast food) per nove mesi. I risultati da lei ottenuti le fanno sospettare che una dieta povera di sostanze nutritive e ricca di grassi e colesterolo, combinata con fattori genetici, possa stimolare alcune sostanze cerebrali, che favoriscono l’insorgere del morbo di Alzheimer.

Nella sua ricerca, Akterin si è concentrata sulla variante di un gene chiamato apoE4, rilevata nel 15-20% delle persone, che è un noto fattore di rischio per l'Alzheimer. Questo gene è coinvolto nel trasporto del colesterolo.
I topi geneticamente modificati per simulare l’effetto della variante del gene sugli umani, hanno riportato variazioni chimiche nel cervello, mostrando una crescita anormale della proteina tau e segni che il colesterolo riduceva i livelli di un'altra proteina chiamata Arc, coinvolta nella conservazione della memoria, ha detto Akterin.

La ricercatrice ha affermato che i risultati ottenuti forniscono indicazioni significative per cercare di prevenire l’Alzhimer, tuttavia ritiene necessarie ulteriori ricerche in questo campo prima di diffondere al pubblico quelli che lei definisce “i consigli giusti”.



Scoperto il legame tra Alzheimer e acidi grassi nel cervello

Gli acidi grassi (saturi e insaturi) sono i componenti costitutivi della maggioranza dei lipidi complessi e dei grassi vegetali e animali. Recenti ricerche avrebbero individuato una relazione tra gli acidi grassi e i cambiamenti che avvengono nel cervello durante il decorso che porta all’insorgenza del morbo di Alzheimer.

Lo studio è stato realizzato dagli scienziati del Gladstone Institute of Neurological Disease e della University of California e pubblicato sulla rivista di divulgazione scientifica Nature Neuroscience.Secondo gli autori, il controllo del livello di un acido grasso nel cervello (tramite la dieta o tramite dei farmaci, oppure attraverso con l’ausilio di entrambi)potrebbe contribuire a trattare il morbo di Alzheimer.

Gli scienziati hanno messo a confronto il livello di acidi grassi presenti nel cervello di topi sani con quello di cavie geneticamente modificate in modo da ricreare il morbo di Alzhimer. Dagli esami è risultato che nel cervello dei topi malati c’erano livelli elevati di un acido grasso chiamato acido arachidonico. Il rilascio di tale acido è controllato dall’enzima PLA2. Abbassando i livelli di PLA2 nei topolini affetti da Alzhimer, si è verificata anche una parziale riduzione nel deterioramento della memoria.

Come ha affermato il professor Clive Ballard, direttore della ricerca dell’Alzheimer’s Society: “Questi risultati sono stimolanti e incoraggianti. Sono ora necessarie ulteriori ricerche per verificare se il controllo degli acidi grassi può portare a un effettivo trattamento per i pazienti affetti dal morbo di Alzheimer.”


NGF, Nerve Growth Factor

Dopo poco meno di venti anni la scoperta che valse a Rita Levi Montalcini il premio Nobel continua a tornare utile nella ricerca scientifica. La somministrazione via naso del fattore di crescita nervoso nel modello animale dell’Alzheimer sembra un’interessante prospettiva terapeutica. Far “sniffare” l’NGF (nerve growth factor), una proteina italiana, a topolini malati con sintomi che ricordano l’Alzheimer non solo migliora la salute delle cellule nervose, ma li aiuta a recuperare la memoria, a ricordare un oggetto a loro familiare e a compensare i danni provocati dalla malattia.

Il risultato è stato ottenuto da Antonino Cattaneo, ricercatore Telethon presso la SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste e allievo del Nobel Rita Levi Montalcini, che scoprì la molecola nel 1952. Ne dà notizia il sito web Telethon.it.Il progetto Telethon, il cui titolare è Nicoletta Bernardi dell’Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa, riguarda lo sviluppo di strategie terapeutiche non invasive volte a migliorare i deficit comportamentali nel modello animale dell’Alzheimer.

Non è la prima volta che si sfrutta la capacità di un paziente di annusare un farmaco, ma questi risultati prospettano la possibilità che un farmaco basato su NGF, una proteina che difficilmente raggiungerebbe il cervello, possa essere veicolato direttamente nel cervello in modo non invasivo.
“Per veicolare l’NFG direttamente al cervello e sfruttarne le potenzialità terapeutiche per la malattia di Alzheimer – dice Cattaneo – è in corso di sperimentazione una terapia genica ex vivo in cui cellule prelevate dal paziente vengono modificate geneticamente per produrre NGF e poi reimpiantate nel cervello. Ma questi metodi non rappresentano certo l’optimum”.

Far arrivare un farmaco basato su NGF al cervello per via intranasale, invece, è strada promettente verso una possibile terapia, perché è un procedimento molto meno invasivo che potrà avere importanti ricadute cliniche: potrebbe bastare una spruzzata di NGF nel naso e questo, seguendo la pista dell’olfatto, dal naso s’intrufola negli spazi liberi tra cellule vicine fino a risalire al cervello.
(informazioni dal sito italiasalute.it)


martedì 30 dicembre 2008


Le "presunte" cause della malattia di Alzheimer


Le cause sono tuttora sconosciute. Ci sono diverse teorie: alcuni studiosi ipotizzano una sola causa, altri parlano di più fattori compresenti. Tra questi:


  • una predisposizione genetica;

  • fattori esterni (ad esempio un virus, anche se non è dimostrato che l'Alzheimer sia contagioso);

  • disordine del sistema immunitario, che non riconosce più il cervello come proprio e lo autoaggredisce;

  • sostanze tossiche;

  • fattori psicosociali (depressione, trauma cranico, reazione allo stress...)

Fattori di rischio

Gli unici fattori di rischio finora individuati sono rappresentati dall'età e dalla familiarità. L'Alzheimer è certamente una patologia dell'anziano, ma non è vero che il rischio di ammalarsi aumenta con l'età: il confronto tra le varie fasce di età sembra evidenziare che i soggetti ultranovantenni non hanno un maggiore rischio di ammalarsi rispetto ai soggetti di un età compresa tra i 70 e gli 80 anni. Quindi anche se la malattia di Alzheimer rimane un problema fondamentale dell'età avanzata, non c'è relazione esponenziale tra demenza ed invecchiamento: esiste uno specifico intervallo di età a rischio maggiore. La familiarità rappresenta un fattore di rischio dal "peso" variabile a seconda dei casi: nella stragrande maggioranza dei casi l'Alzheimer non è una malattia ereditaria, anche se i familiari di un soggetto affetto da questo morbo presentano un rischio di ammalarsi lievemente più alto rispetto ai soggetti che non hanno un caso in famiglia.


Cari amici, vorrei utilizzare qualche post per riportarvi una serie di scoperte più o meno recenti in merito al morbo di Alzheimer. Desidero premettere sin da subito, che quanto vi illustrerò è testato scientificamente, nulla è frutto di semplici supposizioni! Dico questo perchè alcune di queste scoperte potrebbero sembrarvi "assurde"...ma credeteci...si tratta di risultati ottenuti da famosi specialisti!


Herpes Simplex: forse relazione con il Morbo di Alzheimer

Uno studio dell’Università di Manchester coordinato dalla professoressa Ruth Itzhaki avrebbe notato una certa correlazione fra l'Herpes Simplex, quello che generalmente crea delle microlesioni a livello delle labbra ed il Morbo di Alzheimer.
La dottoressa spiega che in base alle indagii condotte si è scoperto che nel 90 per cento delle placche cerebrali dei malati di Alzheimer sono presenti prove genetiche del virus Herpes Simplex di tipo 1 (HSV 1). Secondo l’esperta, a causa della vulnerabilità del sistema immunitario degli anziani, l’Hsv 1 potrebbe raggiungere il cervello originando un’infezione dormiente che può però essere attivata da particolari eventi come stress e infezioni di natura diversa. Le cellule del cervello inizialmente danneggiate muoiono rilasciando delle proteine che si trasformano in placche amiloidi (considerate il contrassegno del morbo di Alzheimer). Per il momento non si può affermare con certezza che l’Alzheimer sia causato dall’Hsv, tuttavia le prove indiziarie andranno approfondite con ulteriori studi. I ricercatori sono già pronti a testare su alcune cavie di laboratorio i farmaci antivirali utilizzati per l’Herpes labiale per vedere se sono in grado di fermare il danno cellulare che causa l’insorgere dell’Alzheimer.


Morbo di Alzheimer: scoperta relazione con fragilità FISICA

La debolezza e la fragilità fisica, comuni nelle persone anziane, potrebbero essere legate allo sviluppo della patologia di Alzheimer, secondo quanto riportato in un recente studio degli scienziati del Rush University Alzheimer’s Disease Center di Chicago. La ricerca, effettuata in primis da Aron S. Buchman, membro della American Academy of Neurology, è stata pubblicata su Neurology®, la rivista scientifica della prestigiosa accademia. Su un campione di 165 individui in età avanzata, il 36% aveva sviluppato problemi di demenza. Dopo la morte il cervello degli anziani pazienti è stato analizzato, rivelando che coloro che avevano il morbo di Alzheimer in stadio avanzato erano anche doppiamente più fragili fisicamente rispetto agli altri. Questa scoperta supporta l’ipotesi che il morbo può contribuire ad indebolire il paziente o che fragilità e Alzheimer condividano la stessa origine. L’accumulazione delle placche nel cervello, dovuta alla malattia, può influenzare le aree del cervello responsabili delle abilità motorie.

In seguito ai risultati ottenuti, in Italia, da qui a sei mesi, partirà una sperimentazione intitolata Train the brain. Non esistono cure definitive per sconfiggere questo terribile morbo, ma ci sono tuttavia terapie efficaci nel rallentarne il decorso e una di queste è proprio quella alla base del Train the brain.
I pazienti che parteciperanno all’innovativo progetto di riabilitazione, saranno inseriti in speciali strutture dove alleneranno costantemente le loro funzionalità cerebrali tramite attività fisiche e ludiche. Gli scienziati, nel frattempo, monitoreranno lo stadio di avanzamento della malattia, per testare l’efficacia del metodo nel rallentare gli effetti del morbo sul cervello.

Info sul sito:www.italiasalute.it

lunedì 29 dicembre 2008

L'Alzheimer ci porta via i ricordi ma non la dignità! Aiutare i malati a non perdere completamente se stessi si può.



Nel nostro Paese ci sono 600 mila malati, 24,3 milioni in tutto il mondo: nel 2030, grazie all'allungamento della vita media, saranno il doppio. Per questo il presidente francese Nicolas Sarkozy ha appena stanziato 1,6 miliardi di euro per migliorare la diagnosi, la cura e la ricerca nel suo Paese. E, dopo la giornata mondiale del 21 settembre, ha indetto il 30 e il 31 ottobre a Parigi la Prima conferenza della Presidenza europea sull'Alzheimer.

E in Italia? "Sono per lo più figli, mogli, mariti ad assistere questi parenti difficili, spesso aggressivi, vittima di allucinazioni" dice Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer Italia. "Lasciano il lavoro, vanno in pensione anticipata per occuparsi dei loro cari prigionieri di un incubo che può durare anche 20 anni. La sanità pubblica é quasi assente. Non si sa neppure quante siano le strutture specialistiche nel Paese: stiamo conducento ora un primo censimento in Lombardia con la collaborazione dell'Istituto Mario Negri".
Nel Lazio stime credibili contano meno di 200 posti letto per 56 mila malati. Il centro più innovativo é l'Italian Hospital Group di Guidonia, 45 minuti in macchina da Roma. Offre, a carico della Asl, posti di degenza per periodi di riabilitazione o di sollievo per le famiglie, un'unità diagnostica (Unità Valutativa Alzheimer), assistenza domiciliare e un centro diurno. Qui grazie alla direzione del dottor Gabriele Carbone, si tenta di aiutare i malati a recuperare abilità perdute, a mantenere quelle residue e a migliorare la qualità della vita attraverso una serie di "semplici" attività (semplici per noi persone "sane", grandi conquiste per i pazienti).

Alcuni esempi di attività svolte in questo centro:

  • Gioco dell'oca: a turno i pazienti lanciano un enorme dado rosso per sapere di quante caselle spostare il proprio segnaposto. Devono riconoscere il numero sul dado, capire quando è il turno e rispondere a domande come "Che giorno è?". Si tratta di un esercizio continuo per stimolare la memoria;
  • Preparazione di dolci: si chiede a i pazienti di riconoscere la scatola dello zucchero e della farina, di individuare le uova. E' un modo per sviluppare la manualità fine e ricordare sapori e odori;
  • "Riapprendimento" di attività svolte nella quotidianità dai pazienti, prima dell'insorgere della malattia: pittura, semplici attività di giardinaggio, uso di ago e filo. Semplici attività che permettono ai pazienti di ritrovare una sorta di equilibrio interiore, di pace attraverso attività che hanno sempre amato.

E' triste pensare che solamente un ospedale in Italia offre una rete assistenziale per le varie fasi della malattia, restituendo piccole parentesi di vita a chi ha perduto tutto, persino i propri ricordi!
La filosofia di vita dell'Italian Hospital Group è quella di stimolare i pazienti nelle loro attività quotidiane per mantenere o recuperare anche piccole autonomie che altrimenti andrebbero più facilmente perdute. Questa struttura riconosce nel paziente prima di tutto una persona, che ha il diritto di esser aiutata quotidianamente a riappropriarsi, per quanto possibile, della sua vita! "Imparare di nuovo a vestirsi, a cucinare, a parlare sono grandi conquiste per loro" dice il dottor Carbone. "E per noi, medici, terapisti e tutto il personale che li assiste, motivo di orgoglio".

Personalmente ritengo vergognoso che nel 2008, nel nostro Paese, ci sia un'unica struttura efficiente come l'Italian Hospital Group! L'Alzheimer è una piaga della nostra società, 600 mila persone, nostri connazionali ne soffrono e la nostra nazione non è in grado di garantire loro cure adeguate!

E' tempo che coloro che detengono il potere, implementino la costruzione di centri assistenziali domiciliari, di centri diurni, di strutture che diano un minimo di sollievo a noi parenti di pazienti affetti da questo terribile morbo, che molto spesso non sappiamo dove sbattere la testa!

E' necessario pensare al futuro del nostro Paese, ai tanti malati che putroppo sicuramente ci saranno! Se è possibile attuare attività di manipolazione di oggetti per sviluppare la manualità, piuttosto che sedute di musicoterapia che affianchino la somministazione di farmaci...perchè non farlo? Perchè non investire nel nostro domani?









venerdì 26 dicembre 2008


Amici, la difficile situazione che la mia famiglia ed io viviamo quotidianamente a causa della malattia di mio nonno, mi spinge a ricercare informazioni in merito all'Alzheimer, ma soprattutto testimonianze di chi, come me, spesso si sente triste e impotente di fronte a tanto dolore.

Le storie di vita di figli/e, nipoti, mogli e mariti che sperimentano la sofferenza ogni giorno accudendo con premura il propiro caro, mi aiuta a sentirmi meno sola. Sapere che non sono la sola al mondo a porsi certe domande, a ricercare un senso a questo dolore, mi spinge ad andare avanti e rinforza quella speranza e quel coraggio che, a volte, vacillano.

Oggi vorrei proporvi due poesie: la prima é stata scritta da una signora affetta da demenza all'esordio della malattia e ricoverata presso una clinica italiana; la seconda invece é una poesia di Pascal, proposta da un'operatrice che lavora a contatto con i malati di Alzheimer.

La paziente é una donna che, da "sana", viveva per l'insegnamento, l'amore per Dio e che amava contemplare la natura nella solitudine. In questa lirica, si appella al Signore, l'unico sostegno, l'unica ancora di salvataggio alla quale il proprio grido d'aiuto.

L'operatrice é una donna che vuole riflettere sul suo ruolo. Rammenta ai suoi colleghi quanto sia importante considerare la persona nella sua parte più intima e non solamente per i suoi disturbi comportamentali che spesso sono causati proprio dall'approccio sbagliato dell'operatore.

E' interessante notare come questi due mondi diversi, il mondo della persona "normale", sana e quello del malato, si incontrino tra le righe di due splendide poesie.

Il grido d'aiuto della donna disperata sembra esser udito dall'operatrice che a sua volta si interroga sul suo operato che, a mio parere, non é un semplice lavoro, bensì un quotidiano gesto d'amore e speranza.

Come promesso, vi riporto queste due bellissime poesie

“Signore non so più leggerti, trovarti nel Vangelo.
Riesco solo a sentirti nella preghiera di poche parole:”Gloria al padre al Figlio allo Spirito Santo…..”
Ancora depressione forte, tremenda, violenta. Sono sconnessa e persa. Non sono più nessuno, non sono più niente. Faccio fatica a pensare, a fare, a ricordare….
non so più niente. Mi sento finita: non ho programmazioni nei miei pensieri.
e’ come se fossi una “morta”. non mi racconto niente e non mi conforto, non mi stupisco piu’ per niente…Signore non lasciarmi vivere così!”
C.M. 10 Novembre 1995

Se uno mi ama perché sono intelligente,
Se uno mi ama perché sono sano,
Se uno mi ama perché sono buono,
Ama proprio me?
No, perché potrei perdere l'intelligenza,
la salute, diventare anche cattivo,
ma essere ancora io,
malgrado tutto.
B. Pascal

martedì 23 dicembre 2008

Nei giardini che nessuno sa (Renato Zero)
Senti quella pelle ruvida.
Un gran freddo dentro l’anima,
fa fatica anche una lacrima a scendere giù.
Troppe attese dietro l’angolo,
gioie che non ti appartengono.
Questo tempo inconciliabile gioca contro di te.
Ecco come si finisce poi,
inchiodati a una finestra noi,
spettatori malinconici,
di felicità impossibili…
Tanti viaggi rimandati e già,
valigie vuote da un’eternità…
Quel dolore che non sai cos’è,
solo lui non ti abbandonerà mai, oh mai!
E’ un rifugio quel malessere,
troppa fretta in quel tuo crescere.
Non si fanno più miracoli,
adesso non più.
Non dar retta a quelle bambole.
Non toccare quelle pillole.
Quella suora ha un bel carattere,
ci sa fare con le anime.
Ti darei gli occhi miei,
per vedere ciò che non vedi.
L’energia, l’allegria,
per strapparti ancora sorrisi.
Dirti sì, sempre sì,
e riuscire a farti volare,
dove vuoi, dove sai,
senza più quel peso sul cuore.
Nasconderti le nuvole,
quell’inverno che ti fa male.
Curarti le ferite e poi,
qualche dente in più per mangiare.
E poi vederti ridere,
e poi vederti correre ancora.
Dimentica, c’è chi dimentica
Distrattamente un fiore una domenica
E poi… silenzi. E poi silenzi.
Nei giardini che nessuno sa
Si respira l’inutilità.
C’è rispetto grande pulizia,
è quasi follia.
Non sai come è bello stringerti,
ritrovarsi qui a difenderti,
e vestirti e pettinarti sì.
E sussurrarti non arrenderti
nei giardini che nessuno sa,
quanta vita si trascina qua,
solo acciacchi, piccole anemie.
Siamo niente senza fantasie.
Sorreggili, aiutali,
ti prego non lasciarli cadere.
Esili, fragili,
non negargli un po' del tuo amore.
Stelle che ora tacciono,
ma daranno un segno a quel cielo.
Gli uomini non brillano
Se non sono stelle anche loro.
Mani che ora tremano,
perché il vento soffia più forte…
non lasciarli adesso no.
Che non li sorprenda la morte.
Siamo noi gli inabili,
che pure avendo a volte non diamo
.
Dimentica, c’è chi dimentica,
distrattamente un fiore una domenica
e poi silenzi. E poi silenzi...


Credo che questa canzone di Renato Zero sia un vero capolavoro...E' davvero emozionante, arriva diritta al cuore e vibra in tutto l'essere...
Quando l'ascolto penso a mio nonno e a tutti gli anziani dei quali troppo spesso ci dimentichiamo. Le case di riposo, gli istituti assistenziali per anziani affetti da diverse patologie, sono troppo, troppo spesso vuoti! La verità é che la frenesia della vita quotidiana ci porta ad aver nei loro confronti abbracci frettolosi e tempi insufficienti per ascoltare ciò che loro cercano dirci, non necessariamente attraverso le parole...Nell'istituto presso il quale risiede mio nonno, c'é una signora, privata dell'uso della parola dall'Alzheimer, la quale riesce solamente ad emettere suoni, niente di più. Io vi assicuro che, attraverso il suo sguardo, riesce a comunicare tutta la sua sofferenza ma allo stesso tempo anche la sua grande forza d'animo! Non si può rimanere indifferenti di fronte ai suoi occhi che ti rapiscono e ti costringono a non voltarti dall'altra parte pe r sfuggire il dolore! I suoi occhi rappresentano gli occhi di tanti anziani che attendono qualcuno da poter abbracciare, accarezzare...qualcuno che sia disposto a riempire i loro silenzi, le loro paure, la loro solitudine.

lunedì 22 dicembre 2008

La musicoterapia

Nei malati di Alzheimer, la terapia farmacologica é finalizzata a contrastare alcuni aspetti di un quadro clinico destinato ad un inevitabile peggioramento, e quella verbale non può esser avviata a causa dei gravi deficit mnemonici, cognitivi e linguistici che presentano i pazienti. E' perciò fondamentale ricorrere a pratiche riabilitative e terapeutiche che coinvolgano il paziente e gli permettano, per quanto possibile, di mantenere e ravvivare il suo interesse per il mondo esterno.

Nel 2001, l'American Academy of Neurology ha sottolineato l'importanza della musicoterapia in quanto tecnica utile a migliorare le attività funzionali e a ridurre i disturbi del comportamento nel malato di Alzheimer. Infatti, nonostante il progressivo deterioramento cognitivo causato dalla malattia, il paziente conserva intatte certe abilità e competenze musicali fondamentali (intonazione, sincronia ritmica, senso della tonalità).

Durante le sedute di musicoterapia, - che si svolgono sempre nello stesso spazio, alla stessa ora e da parte degli stessi operatori, affinché i pazienti trovino stabilità e regolarità- i pazienti cantano canzoni popolari, ascoltano musica dal vivo e/o registrata, danzano liberamente o vengono coinvolti in danze popolari molto semplici, accompagnano con strumenti a percussione brani musicali o canzoni. Durante le sedute, il paziente non deve mai senyirsi a disagio e non gli devono esser fatte richieste superiori alle sue capacità.
Tale terapia espressiva si prefigge di raggiungere alcuni dei seguenti obiettivi: socializzazione, modificazione dell'umore della persona e contenimento delle manifestazioni d'ira e degli stati di agitazione, indurre un comportamento musicale attivo ( cantare, suonare uno strumento o danzare) per favorire il mantenimento delle abilità motorie.

Documentandomi in merito alla malattia, ho scoperto che l'importanza di introdurre la musicoterapia nella riabilitazione dell'Alzheimer é supportata da studi scientifici che hanno valutato attentamente le condizioni degli anziani durante e dopo ogni seduta. La conclusione é che questa terapia consente, in generale, di ridurre i sintomi più invalidanti della malattia. Ho sottolineato volontariamente il termine "scientifici", in quanto, discutendo con alcuni dottori in merito a questa forma di terapia, riscontro da parte loro scetticismo, se non addirittura sfiducia. E' chiaro che i canti e le improvvisazioni strumentali non possono guarire il paziente! Tuttavia, dato che la partecipazione regolare alle sedute di musicoterapia aiuta a rallentare i processi degenerativi e migliora le condizioni generali dei pazienti, soprattutto se ancora autosufficienti o residenti in istituto, credo che ogni struttura deputata all'accoglienza e all'assistenza delle persone affette da questa patologia, dovrebbe iniziare a considerare la possibilità di introdurre questo tipo di terapia all'interno del proprio contesto.

Non sono un'illusa...so bene che i fondi elargiti da regioni e provincie nel settore sociale sono carenti o comunque non sempre vengono spesi per le cause che li necessitano!! Ma pensare che in un futuro le cose in quest'ambito andranno meglio non mi costa nulla...e mi permette di continuare a sperare e a credere che le persone e soprattutto le istituzioni faranno la cosa giusta!!

Vorrei soffermarmi brevemente sul contenuto delle sedute e soprattutto su una recente esperienza personale. Nel cantare una canzone i malati ritrovano il proprio passato, le proprie origini, i propri vissuti e gli stati d'animo delle esperienze più significative della loro vita. Ricordare e ricostruire una canzone, conosciuta dal paziente, in tutte le sue parti (ritmo, testo, melodia), ha lo scopo di mantenere attiva la memoria, accrescere la produzione linguistica e tranquillizzare il malato.

Proprio ieri, l'istituto presso il quale risiede mio nonno, ha dedicato alcune ore del pomeriggio all'evocazione di canzoni natalizie e popolari. E' straordinario l'effetto che queste iniziative hanno sui malati di Alzheimer, più o meno autosufficienti. Coloro che dispongono ancora di abilità linguistiche relativamente buone, si uniscono entusiasti ai canti, mentre, coloro che hanno perso la parola o hanno difficoltà ad esprimersi, utilizzano strumenti musicali dalle superfici ampie come i tamburi - facilmente utilizzabili specialmente da parte di pazienti con limitate possibilità di movimento degli arti superiori -; così facendo i pazienti non si sentono inadeguati e frustrati.


E' proprio vero che le canzoni "di una volta" hanno effetti benefici sui pazienti. E' scientificamente provato che la pratica canora distrae da una situazione aggressiva, permette il controllo della respirazione e quindi il rilassamento. L'ho sperimentato personalmente con mio nonno. Canzoni come "E' qui comando io, Allegri Compagni, Sul ponte di Bassano", frutto della nostra tradizione popolare, gli permettono, anche se per pochi istanti, di riappropriarsi della sua storia, del suo passato, di episodi e circostanze altrimenti sommerse dalla malattia e perdute per sempre.

Non vi dico poi, l'effetto che provoca in lui l'inno nazionale "Fratelli d'Italia"!! E' pazzesco! I suoi occhi luccicano e sembra tornare indietro nel tempo, quando si batteva con onore per la sua amata patria. E' davvero commovente sentirlo intonare l'inno con difficoltà a causa del respiro affannoso (conseguenza dell'enfisema polmonare) e della dimenticanza di qualche parola.

Nonostante questi lunghi anni di sofferenza, nonostante la malattia lo abbia segnato profondamente e irrimediabilmente, non ha perso quella signorilità, quella nobiltà d'animo, quel senso dell'onore che oggigiorno é così difficile ritrovare nella nostra società!

E' strano riscoprire il valore del sacrificio e allo stesso tempo una fede profonda in Cristo, ascoltando i racconti, spesso interrotti da "vuoti di memoria" da parte di persone che si trovano in una casa di riposo, in un luogo in cui, come spesso afferma mio nonno nel corso dei suoi numerosi discorsi privi di logica, si attende pazientemente la morte.