I risultati clinici positivi di Rivastigmina cerotto (disponibile anche in Italia, nelle Unità di Valutazione Alzheimer) sono stati valutati nello studio internazionale IDEAL (Investigation of Transdermal Exelon in Alzheimer's disease), che ha coinvolto circa 1200 pazienti con malattia di Alzheimer da grado lieve a moderatamente grave. Le conclusioni a cui si è giunti hanno evidenziato che il cerotto permette di ottenere un significativo miglioramento nella memoria e nella capacità di svolgere le normali attività della vita quotidiana rispetto ai pazienti del gruppo placebo. Grazie alla semplicità di impiego ( frequenza di applicazione: una volta al giorno sulla cute della schiena, della parte superiore del braccio o del torace), il cerotto transdermico è risultato preferito dal 70% del personale medico e paramedico che lo utilizzava. A tal proposito il Professor Roberto Bernabei, Direttore del Dipartimento di Scienze Gerontologiche, Geriatriche e Fisiatriche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, afferma:"Con il cerotto è possibile fornire un aiuto concreto sia ai malati che ai familiari: una delle principali barriere per un efficace trattamento delle malattie croniche che colpiscono gli anziani, di cui la malattia di Alzheimer è il più tipico esempio, è infatti la scarsa precisione nell'assumere le terapie farmacologiche, dovuta alla complessità di dover gestire molte pillole e procedure nell'arco della giornata. Quindi dimenticanze, dubbi ed errori. Il cerotto semplifica tutto ciò".
Tuttavia se i pomodori venivano cotti si dimostravano inefficaci.I farmaci attualmente utilizzati sono solamente in grado di rallentare il decorso della malattia. Se invece questa ricerca andasse a buon fine anche sull’uomo, il morbo di Alzheimer potrebbe essere bloccato sul nascere. Questo vaccino infatti può impedire l’insorgere della malattia, ma nel caso in cui essa sia già conclamata, il vaccino non è in grado di farla regredire.
Analizzando i dati i ricercatori hanno scoperto che le persone che avevano una maggiore circonferenza di pancia avevano il triplo delle probabilità di sviluppare una qualche forma di demenza rispetto agli altri partecipanti con l’addome più piatto.
“Non è solo una questione di peso – spiega Rachel Whitmer, coordinatrice dello studio – il fattore di rischio è legato a ‘dove’ sono localizzati i chili in più. Se consideriamo due persone entrambe in soprappeso di 4,5 chilogrammi, chi li porta sul ventre corre più rischi di chi invece li accumula sui fianchi”.
Naturalmente la scoperta di questa correlazione tra l’accumulo di grasso sulla pancia e il temuto morbo di Alzheimer necessita di ulteriori studi al fine di comprendere come mai esista questo misterioso ed insolito legame.








